| CRONACA DI UNA GARA TUTTA IN SALITA Racconto breve scritto da Roberto detto anche Locksley Qui, un racconto breve, di Fantozziana ispirazione certamente, ma proprio per questo tanto reale che ci porta a riconoscere come nostre alcune situazioni di cui il protagonista è vittima. Domani: gara Fiarc. Tipo di gara: percorso.Tempo previsto: pioggia. Distanza da percorrere in macchina: circa due ore e mezza. Sveglia prevista: verso le 4,30. Mia moglie mi dice: sei fuori! H. 4.30 suona la sveglia. Il martello batte sull’incudine all’interno dell’orecchio e trasmette al cervello l’ordine di alzarsi. Sull’encefalogramma piatto comincia ad evidenziarsi qualche debole segnale. Mi alzo meccanicamente. Mentre mi lavo mi vesto,anche, vedo il buio fuori della finestra e realizzo che non sto preparandomi per andare a lavorare ma che è domenica e che devo partire per la gara. Prendo lo zaino, preparato il giorno prima, e cerco di uscire di casa senza fare rumore. Incespico contro l’arco lasciato vicino alla porta e rovino sul pavimento con tutto il materiale. Scendo in garage. Mi accorgo che l’assicurazione della macchina è scaduta il giorno prima. Per fortuna ho le chiavi della macchina di mia moglie che, però è più piccola. Metto le borse nel bagagliaio e appoggio l’arco lungo la macchina nello spazio tra i sedili. Al momento di chiudere il portellone del bagagliaio mi accorgo che l’arco (è un “long bow”) è troppo lungo e che rischio di decapitarlo. Trasformandomi temporaneamente in un esperto di logistica trovo il modo di far entrare l’arco nella macchina senza farlo diventare un “take-down”. Parto e passo a prendere Fabio e Daniele. Apparentemente sono più svegli di me. In realtà, Daniele si addormenta poco dopo la partenza e Fabio rimane preoccupantemente affascinato dal navigatore satellitare a cui rivolge le sue attenzioni in modo morboso. Nonostante le cattive previsioni il tempo tiene. H. 8.30. Arrivo. Dalle altre macchine parcheggiate scendono con movimenti lenti e ripetitivi alcuni arcieri-zombie partiti, come noi, da luoghi lontani. Iniziamo la preparazione per la gara. Ho le frecce ma ho dimenticato il parabraccio. Armo l’arco e mi aggiusto lo zaino. Mi avvio, dopo aver lanciato alcuni mugugnii di saluto ad altri arcieri, verso il pratical-range. Riesco dopo circa un quarto d’ora a superare la barriera degli arcieri intenti a provare e mi metto sulla linea di tiro. Incocco la freccia. Guardo il bersaglio. In quel momento, qualcuno grida: recupero! Attendo un altro quarto d’ora che vengano recuperate le frecce. Ci riprovo. Ancora assonnato scocco la freccia verso la sagoma. Manco la sagoma e la freccia si infila in un cespuglio dalla quale non uscirà mai più. Per fortuna, ho ancora altre frecce. Vengono chiamate le piazzole. Scopro che sono stato assegnato alla n° 17 che è la più lontana sul percorso (sia dal ritrovo che dai ristori). Non conosco nessuno dei miei compagni di piazzola ma intuisco dal loro modo di porsi che sono arcieri “di lungo corso”. Arrivati alla piazzola, inizia la distribuzione dei cartellini segnapunti. Inizio a compilare il cartellino e, come sempre, sbaglio a scrivere la sequenza numerica delle piazzole per cui restituisco al caposquadra il cartellino completo di scarabocchi e geroglifici, scusandomi per l’accaduto. Suona la sirena. E’ l’inizio della gara. Sono l’ultimo a tirare, seguendo l’ordine alfabetico. Tutti scherzano sulle proprie capacità di tiro ma quando è il loro turno inanellano una serie di spot e superspot che appare preoccupante. E’ il mio turno. Sono fortunato. La sagoma è un tacchinone enorme posto a pochi metri di distanza. Spot frontale grande come un piatto . Ho l’arco nuovo fiammante, superperformante. Mi aspetto una grande prestazione. Mi metto in posizione. Apro l’arco cercando di mantenere l’allungo come mi è stato spiegato. Scocco la 1° freccia. Fuori alta sul bersaglio. 2° e 3° freccia: fuori laterali sul bersaglio. Una a destra e una a sinistra. Mi volto. Silenzio imbarazzante. Qualcuno inizia a fischiettare. Un altro mi si avvicina e mi dice: “eh, ghe vol tre ani per formar un arcier da competision..” Ci avviamo verso la sagoma per verificare i punteggi. Tra gli altri si apre una disputa su alcune frecce: è spot o è super? E’ super perché taglia la riga interna dello spot. Qualcuno mi chiede il mio punteggio? Rispondo: zero. Proseguo, con alterne fortune, nelle piazzole successive. Nel frattempo, uno degli arcieri si mette in mostra per la sua particolare abilità. Ha l’arco storico. Apre l’arco e scocca immancabilmente una freccia che si pianta inesorabile sullo spot, quasi la stessa fosse telecomandata. Mi trascino fino ad arrivare al punto di ristoro. Il bancone è desolatamente vuoto essendo già passati quasi tutti gli altri gruppi di arcieri. Restano solo uova sode e noci. Mi viene in mente un famoso film di Stanlio e Ollio. Mangio due uova e bevo due bicchieri di vino per rincuorarmi. Si inizia nuovamente la gara. Devo tirare per primo. Alcolicamente ispirato mi sbarazzo di tutte tensioni e paure accumulate. Il tiro diventa finalmente istintivo e centro tutte e tre le volte la sagoma. In compenso, oltre alla sagoma, centro anche l’avambraccio con la corda dell’arco ed inizio ad imprecare pesantemente sottovoce. Nonostante il dolore, mi giro trionfante verso i compagni i quali mi tributano il giusto riconoscimento con un applauso e qualche sfottò. Arriviamo all’ultima piazzola. Di nuovo il maledetto tacchino della McKenzie. La freccia vola diritta e si abbatte sulla base esattamente tra gli artigli della zampetta ma senza colpirli. Non è giornata. E’ il momento di verificare i punteggi definitivi. Quando è il mio turno, i marcatori mi passano i cartellini segnapunti tenendo la testa abbassata evitando di incontrare il mio sguardo. Firmo lo stesso. Ci rechiamo tutti verso il punto di ristoro finale dove trovo i miei compagni di viaggio. Arriva la fatidica domanda. Quanti punti hai fatto? 108 rispondo. Effettivamente è un po’ pochino. Ma l’altra volta? L’altra volta meglio: 110. Silenzio. Dopo aver mangiato e seguito le premiazioni dei soliti noti, ci rechiamo verso la macchina. Rimetto l’arco nella macchina e dimenticando quanto era successo al mattino, chiudo in fretta il bagagliaio distruggendo irrimediabilmente i “tips” in avorio del long bow nuovo, pagato a caro prezzo con i soldi risparmiati facendo la cresta sulla spesa. Simulo indifferenza e rivolgo uno sguardo stoico ed impassibile ai miei compagni di viaggio. Ripartiamo con la macchina e ci dirigiamo verso la base. Daniele riprende a dormire e Fabio riprende il suo rapporto solitario con il navigatore satellitare. All’arrivo tutti si dichiarano stanchi ma soddisfatti. Infatti, nonostante tutto, come diceva Rossella O’Hara, “domani è un altro giorno!”. |